PD

Intervento in Aula sul Divorzio Breve

26 marzo 2015

Signora Presidente,

ringrazio davvero la relatrice Filippin che, nella sua maratona, ha fatto un opportuno e, per me, molto condivisibile elogio del divorzio breve. Un elogio convinto, perché la lunghezza dei nostri tempi era veramente incivile e, invece di rappresentare un periodo di opportuni ripensamenti, otteneva l'effetto assolutamente opposto.

La tempistica mi sembra opportuna: dodici mesi in caso di contenzioso, sei in caso di accordo. Una dimensione punitiva e repressiva, infatti, è quanto di più lontano si debba auspicare su questi temi.

Rispetto a questi temi, contesto soprattutto la teoria del piano inclinato che ritengo veramente dannosissima. Velocizzare il divorzio, infatti, non vuol dire affatto segnarne un aumento. 

 

Questa velocizzazione non sarà negativa, non aumenterà i divorzi. Del resto, la teoria del piano inclinato si inaugurò già quando ci fu la legge sul divorzio e il referendum e si ripropose nel caso della legge sull'aborto. Si diceva che la depenalizzazione dell'aborto avrebbe aumentato i casi di aborto e di recidiva, mentre è successo esattamente il contrario: abbiamo visto più che dimezzarsi il numero. E così per la legge sul divorzio: si diceva che avrebbe portato alla fine della famiglia e alla maggiore oppressione della donna (in quegli anni era ancora all'inizio il processo di intreccio tra emancipazione e femminismo) ed è stato esattamente il contrario: la donna si è rafforzata ed è diventata più adulta, e così la scelta del matrimonio.

Dunque evitiamo questo ragionamento molto, molto sbagliato e, direi, quasi immorale quando viene applicato a temi così eticamente sensibili - come si sente dire, a mio parere, impropriamente -. 

Perché dico "impropriamente" quando parlo di temi eticamente sensibili? Perché noi, che stiamo facendo le prove generali della discussione che ci sarà sui diritti civili - e sulla madre di tutti i provvedimenti su questo tema, che saranno le unioni civili - dobbiamo partire con il piede giusto. 

In primo luogo, non bisogna avere retropensieri, ma prenderci tutti sul serio, non ricorrere alla teoria del piano inclinato, non attribuire altre finalità rispetto a quelle che ognuno dichiara. 

In secondo luogo, come conseguenza che vi si lega molto strettamente, occorre non ripercorrere i furiosi scontri tra laici e cattolici, e non per principio - perché è giusto o sbagliato o perché ci vuole il compromesso e dobbiamo andare tutti d'accordo - ma perché su questi temi delicati (che non riterrei propri dell'etica, in quanto sono terreni molto laici e di buon senso), si può davvero trovare un confronto che non usi i propri principi, quelli di appartenenza, come clave. 

Il buon senso e la maggioranza delle motivazioni portano infatti ad esiti che possono vedere una soluzione comune, ne sono profondamente convinta.

Alcuni di questi principi di base sono stati ricordati nel dibattito di questi giorni anche a proposito delle adozioni e degli affidi, come il tema alla responsabilità: lo Stato si dice che non è il guardiano dell'etica, anzi - e su questo tutti dobbiamo essere d'accordo, ci mancherebbe - e non deve promuoverla, altrimenti lo diventa.

Ho sentito tanti discorsi sul fatto che lo Stato deve dare la responsabilità, ma non è così, proprio perché non è etico: deve invece aiutarla e favorirla, ma non è certo da lì che viene. Per tutte queste ragioni che dicevo, quindi, questi sono terreni comuni.

 

Proprio con tali premesse, che non sono solo di metodo, il secondo ragionamento che vorrei fare mi porta invece ad essere letteralmente entusiasta del divorzio breve, ma parecchio perplessa sull'idea del divorzio rapido, che abolisce la separazione. Anche qui, non lo sono per ragioni etiche e religiose, ma molto laiche e derivanti da un ragionamento razionale, nonché dall'idea di relazioni affettive e di maturità dei rapporti affettivi oggi. Come dicevo due anni fa quando cominciammo la legislatura, a proposito del femminicidio - ragion per cui sono contenta ci sia la presidente Fedeli in questo momento, che ha tanto lottato su questi temi - credo che questa sia la cornice vera. Non si fanno i provvedimenti sul femminicidio, sull'adozione, sulle unioni o sul divorzio ognuno come un pezzetto separato, ma dobbiamo avere una visione d'insieme del perché di queste cose. Non si tratta infatti di principi astratti, ma di valutazioni, in parte di principio etico, lo ribadisco, ma molto meno e molto più razionali, di opportunità, d'interpretazione, di lettura e di analisi di come stanno le cose nel nostro Paese e di quali sono lo stato delle relazioni affettive e la condizione delle donne e delle relazioni amorose.

Per tutte queste ragioni, su cui non mi dilungo, e a partire da questa premessa, credo che il periodo della separazione sia necessario ed utile. Almeno, la metto come un'ipotesi che mi convince molto, anche in questo caso, non tanto perché possa essere una pausa di riflessione che può portare ad un ripensamento - credo anch'io, come diceva giustamente la relatrice, che lì non si maturi la scelta, che invece viene maturata prima o dopo, perché non è un fatto di tempi - ma proprio perché l'istituto della separazione è molto italiano ed ha una radice molto specifica nel nostro Paese, che non è solo segno di arretratezza.

Parto da un dato che emerge assai chiaramente, ad esempio, dagli studi e dalle ricerche del nostro collega Dalla Zuanna, rivelando che più della metà di coloro che si separano poi non approda al divorzio e non lo vuole neanche quando lo può avere. Si tratta di un dato su cui dobbiamo riflettere: non si tratta di un'opinione, di un principio, di un'ipotesi o di una richiesta che tutti avanzano, ma di un dato della realtà. Come lo interpretiamo? Perché questo succede? Le ragioni sono tante e ribadisco che non sono di ordine morale o tanto meno religioso, ma attengono tutte alla natura ed alla storia della nostra famiglia e delle nostre relazioni affettive, che affondano del tempo, ma sono molto attuali anche oggi. Quella italiana, infatti, è una famiglia tendenzialmente allargata, comunitaria, che procede per addizioni, non per sottrazioni né per segmenti autoescludentisi, ma è inclusiva. Lo è per la concezione della donna e della maternità: in una famiglia allargata, la donna, anche dopo separazioni e divorzi, tende ad occuparsi non solo dei propri figli, com'è è ovvio, ma anche di quelli dell'altro e cerca di non avere conflitti con l'altra, oltre che di avere un buon rapporto con i figli dell'altra o dell'altro, cosa molto rara negli altri Paesi. Questa è solo arretratezza? Non lo so, io pongo il tema.

I figli tendono comunque a non rompere mai con la propria famiglia-comunità e questa famiglia-comunità tende a non rompere mai con la famiglia di origine, come avviene invece in altri Paesi. Insomma, c'è un contesto che ingloba, include e accudisce e che non segue quella segmentazione molto anglosassone, che implica il ripetersi coattivo e reiterato di matrimoni e divorzi, successivi matrimoni e successivi divorzi, su un modello che potremmo banalmente definire "alla Las Vegas". In Italia non c'è questo atteggiamento e non so se tutto ciò si possa definire banalmente e semplicemente come arretratezza, il cui superamento deve essere accelerato dallo Stato, in nome della modernità, contraddicendo di nuovo l'idea che lo Stato non debba essere etico. Credo invece che ci voglia rispetto per queste scelte e per questa specificità, che non va assecondata nei suoi aspetti ipocriti e regressivi, ma che ci deve far riflettere.

 

Concludendo, signora Presidente, siamo un Paese connotato dalla grande difficoltà alla separazione. Tutto ciò che ho detto allude alla quasi impossibilità di una separazione vera e quindi di un divorzio. Del resto, l'aumento dei femminicidi negli ultimi anni (diversamente da quanto avveniva prima, nei primi anni dall'introduzione del divorzio), testimonia la fatica profonda soprattutto del maschio italiano - e non solo del maschio, perché è propria di un'epoca - ad assumersi una responsabilità. Si fa cioè fatica a reggere una separazione, che non a caso è molto più voluta dalle donne, che dagli uomini. Questo è un tema di grande discussione nella riflessione sull'emancipazione femminile. Abbiamo fatto una scommessa giusta, del tipo che dicevo all'inizio: il divorzio ha aumentato la maturità femminile ed è stato un volano. Ora siamo al punto che sono le donne a chiederlo in misura maggiore e gli uomini non lo reggono. C'è una gran fatica da parte del maschio italiano e della situazione familiare in generale, rispetto alla separazione. Ebbene, così come questo aspetto ha delle caratteristiche negative, a mio avviso riflette anche delle caratteristiche positive, come l'attitudine alla relazionalità «calda» e affettiva, a vedere l'inclusione come responsabilità e a non vedere la separazione solo come un modo per cancellare, rimuovere e passare ad un altro capitolo: un atteggiamento molto americano, per intenderci, senza voler banalizzare. Ciò rappresenta una responsabilità anche verso i più deboli, come i figli e gli anziani, testimoniata dal fatto che non si rompe con la famiglia di origine.

Penso dunque che dobbiamo preservare questo tipo di cultura «calda» delle relazioni e non solo per gli eterosessuali, ma anche per gli omosessuali. Quando giustamente discuteremo delle unioni civili, ricordiamo questo aspetto: è molto più importante concordare, potenziare e promuovere questo tipo di relazionalità responsabile, stabile, unitiva e affettiva che non il sesso di appartenenza. È importante che sia presente questo aspetto e non che la relazione venga vissuta o applicata tra eterosessuali o tra omosessuali. Questo è importante ed è quello che abbiamo sempre sostenuto, ovvero che è bene avere una legge sulle unioni civili, relativa solo agli omosessuali, non in funzione punitiva o limitativa, ma per distinguere esattamente, anche  in funzione della promozione del matrimonio. In quelle unioni dobbiamo però promuovere e favorire proprio questo aspetto di responsabilità e di affettività.

Con questo concludo, senza alcuna polemica: se l'Assemblea penserà che invece il divorzio rapido sia una soluzione progressiva e moderna starò a quello che decideremo tutti insieme, ma sono profondamente convinta che vi sia una visione estremamente impoverente della nostra storia e della nostra tradizione, nel suo senso migliore e non di arretratezza.