Esteri

Le sfide di Aung San Suu Kyi per la nuova Birmania

20 settembre 2017

 

 

Questa è la mia Prefazione all'ultimo libro di Cecilia Brighi, una vera esperta della Birmania, che ha tenuto per molti anni rapporti con quel Paese, ha condiviso la lotta di Aung San Suu Kyi, lavorando con i sindacati e gli imprenditori locali, a favore dei diritti umani.
Nella Prefazione al suo "Le sfide di Aung San Suu Kyi per la nuova Birmania" Eurilink 2016, scritta un anno fa al ritorno da una  missione in Birmania, cerco di raccontare le azioni di Aung San Suu, come la Commissione da lei voluta con la Presidenza di Kofi Annan, nel combattere la persecuzione delle minoranze musulmane. 

 

 

Prefazione

“Yangon? È la Berlino del sud-est asiatico, piena di vita, di incontri, di locali”: così afferma una giovanissima e entusiasta imprenditrice italiana.

In Birmania, tradizione e modernità s’intrecciano nelle loro versioni estreme: da una parte magie, esoterismi e astrologia sopravvivono a un buddismo più spirituale e interiore, anche se sempre molto influente nelle sfere del potere; dall'altra, una crescita economica che non solo non avviene a scapito delle libertà politiche ma anzi, unica eccezione asiatica, si è messa in movimento proprio grazie a quelle. E naturalmente grazie alla fine delle sanzioni e alle nuove aperture.

Una transizione dunque sui generis per un Paese strano e affascinantissimo che è passato dalla generazione della penna a inchiostro agli smartphone, senza conoscere quella dei computer. Non ci sono, né fissi, né portatili; se si entra in un ufficio si vedono gli impiegati lavorare con lo smart o un tablet, ma la memoria su cui possono contare è molto ridotta.

La Birmania vanta un primato, quello di essere il Paese al primo posto nella graduatoria mondiale per generosità e spirito solidale; grazie al buddismo e a un’empatia percepibile immediatamente nelle relazioni umane, improntate a una dolcezza e a una mitezza, per noi letteralmente stupefacente. Il primo posto nella graduatoria del Paese più buono sarebbe quantificato dalla particolare disponibilità a mobilitarsi di fronte alle catastrofi naturali, a condividere la sorte degli orfani o ad accompagnare gli anziani, a sostenere chi è più in difficoltà.

Al di là dei primati morali, quello che è certo è che lo sviluppo capitalistico di questo Paese dovrà trovare una sua via originale e “dal volto umano”.

In secondo luogo dovrà sfuggire alle avide sgrinfie dello sfruttamento cinese senza cadere nell’omologante influenza americana.

Il problema di sempre di quest’area. Una missione impossibile? Certamente è quella che sta tentando Aung San Suu Kyi, la Lady.

Complessivamente, nei Paesi dell'Asia Orientale, il decollo dell'economia precede la democratizzazione. Con delle differenze: in Corea del Sud, Taiwan o Indonesia si è avviato un parziale avanzamento delle libertà politiche, mentre in Cina, Laos o Vietnam tutti gli sforzi sono rivolti solo alla crescita in presenza di regimi semi-dittatoriali.

In Birmania tutti guardano con interesse la felice coincidenza tra la fine della dittatura militare e un vero rilancio economico. Dalla liberazione di Aung San Suu Kyi nel 2010, il PIL è costantemente cresciuto, del 5,6 per cento nel 2011, del 7,3 nel 2012, quando fu eletta in parlamento, fino all'8,7 negli anni a seguire. Ma aumenti anche significativi del PIL non sono indicativi, di per sé, in situazioni così difficili; e nonostante le riforme economiche e sociali degli ultimi tre anni, i tristi primati di povertà e di arretratezza birmana persistono, con il 70% della popolazione che vive nei villaggi senza servizi di base, senza elettrificazione.

Si legge che la Birmania sia la vera meta del futuro sud asiatico, con un milione di visitatori solo nell'ultimo anno.

Dalla fine delle sanzioni i mercati internazionali sembrano voler intercettare questo trend di sviluppo e accaparrarsi fette sempre più interessanti per risorse naturali e umane. Un boccone prelibato per la Cina che sotto il governo dei militari ne aveva approfittato non poco.

La controversa diga ai confini con la Cina è stata per lungo tempo il segno della rapacità cinese, una metafora della paura che il destino del Paese fosse segnato. Ma i militari hanno perso e la lega democratica ha vinto.

Punto di congiunzione, apice e motore della migliore tradizione e del nuovo sviluppo è una donna, che si iscrive tra le leader asiatiche di provenienza parentale come in India, in Pakistan, nello Sri Lanka, e nelle Filippine. Ma con un carisma e una forza spirituale del tutto originali, ora alla prova dell’inevitabilmente prosaica transizione verso la democrazia e lo sviluppo economico. Che richiedono mediazioni, compromessi e autonomia delle sfere religiose e politiche, qui indistricabilmente unite, con un buddismo molto politico ma dalla nobile tradizione Theravada, quella più vicina all’autentico messaggio del Budda.

Anche la condizione femminile in Birmania testimonia le straordinarie contraddizioni di un Paese che già nel 1939 decretò il diritto delle donne a divorziare dal marito e che riconosce da sempre la loro energia. Un dinamismo rispettato e riconosciuto nella sua diversità. Non che non sia potentissimo un patriarcato dalle forme odiose, praticato per decenni dai militari e purtroppo spalleggiato anche da settori di un buddismo violento e schiettamente maschilista. Un’oppressione femminile però assai diversa dalla versione che conosciamo noi, fatta di superiorità o d’inferiorità, bensì fondata sulla diversità: una diversità della donna che si combatte o si afferma, secondo lo spirito di quell'Oriente-femmina temuto e vagheggiato dall'orientalismo dell'Occidente-maschio di fine Ottocento.

San Suu Kyi non assume il potere con la forza e, neppure, con una non violenza imbelle e genericamente pacifista, ma attraverso un carisma politico e spirituale che ribalta dalle fondamenta quello dei militari. In un’opposta influenza spirituale e morale: se il buddismo politico, schiettamente razzista e violento fino a parafrasare tinte naziste, si rifaceva al mondo magico delle superstizioni, lei abbraccia la pratica, ben prima che la teoria, del buddismo spirituale, quello di Sati, la consapevolezza, la virtù somma del Budda e della Metta, la benevolenza e la tenerezza, virtù che, lei ripete, dovranno essere le fondamenta politiche stesse del futuro birmano: "non è il potere che corrompe, ma la paura. Il timore di perdere il potere corrompe chi lo detiene e la paura del castigo del potere corrompe chi ne è soggetto”. Un approccio mai moralista verso l’esercizio del potere, che sarebbe ben strano, del resto, provenendo da una famiglia avvezza al potere; non solo per il mitico padre, il Generale martire, dal quale avrebbe ereditato la missione politica, ma anche per la meno nota figura della madre che la portò con sé quando fu Ambasciatrice in India. Nessun moralismo ma tanto rigore morale nell’uso e nella pratica del potere nell’accezione buddista, quella molto realista, della paura, appunto.

 

Scrivo queste brevi note all’assai utile libro di Cecilia Brighi, di ritorno da una missione parlamentare in Birmania, svoltasi la prima settimana di settembre del 2016. Importante e potremmo dire storica missione perché, per la prima volta, una delegazione di parlamentari italiani, per iniziativa della Commissione Esteri del Senato, ha incontrato in veste ufficiale Aung San Suu Kyi, membri del governo, la Camera alta e quella bassa del parlamento birmano e le associazioni della società civile. in un clima di straordinaria simpatia e di sincero calore.

La Lady, “Nostra Signora” come la chiamano con devozione e speranza i birmani, ci riceve in un momento delicato, nel corso della conferenza di pace da lei voluta, denominata la Panglong del XXI secolo, per ricordare l’omonima Conferenza convocata nel 1947 da suo padre, che sancì l’adesione all’Unione dei leader rappresentanti delle differenti comunità etnico-religiose sulla base di alcuni principi federali fondamentali. Un processo che in realtà trova continui ostacoli, per gli scontri tra le varie etnie, le tensioni sotterrane e i conflitti a fuoco in diverse zone del Paese, nonostante un primo tentativo di cessate il fuoco nazionale (Nationwide Ceasefire Agreement, NCA), sottoscritto nell’ottobre del 2015 dall’esercito e da 8 gruppi etnici tra quelli coinvolti nel conflitto.

La pacificazione è stata, fin da subito, una priorità del suo mandato e, come ci ha detto nel colloquio, premessa indispensabile per il processo economico: il raggiungimento della pace e della riconciliazione nazionale quali punti di partenza cruciali per lo sviluppo del Paese.

La Conferenza di pace, ha ammesso, è iniziata con un “singhiozzo” che però è servito a correggere possibili errori o mancanze, dovuti prevalentemente alle reciproche diffidenze tra gli attori intervenuti, ma valorizzando al tempo stesso la possibilità, concessa a ciascun gruppo etnico presente, di esporre per la prima volta le proprie ragioni innanzi all’intera opinione pubblica nazionale e internazionale, alla presenza del Segretario generale dell’ONU Ba Ki-moon.

Molti degli interlocutori che abbiamo incontrato in questa missione le rimproverano di andare troppo lentamente, di cercare esageratamente il consenso delle opposizioni, di essere troppo mite con l’esercito.

Aung San Suu Kyi ci ha risposto che la transizione dal precedente regime a un sistema democratico deve avvenire in modo graduale e ordinato, nella consapevolezza delle immani sfide che il governo democraticamente eletto deve affrontare. Citando, tra i tanti esempi, la riforma della proprietà terriera, lo sviluppo agricolo e la trasformazione delle Forze Armate in un corpo di professionisti al servizio delle istituzioni democratiche.

Gli estremismi religiosi, del buddismo in primo luogo, contro le minoranze musulmane sono alla base del perdurare dei conflitti e delle rivalità etniche. Il dialogo interreligioso è dunque al primo posto.

All’inizio del gennaio del 2015, Papa Francesco aveva elevato alla porpora il primo cardinale del Myanmar, il salesiano Charles Maung Bo, segno dell’attenzione di Bergoglio per l’Asia e di una strategia verso la Cina che vede rafforzare la presenza della Chiesa in alcuni punti chiave del sud est asiatico. Ma anche segno di attenzione verso il delicato processo di transizione del Paese avviato con la liberazione di San Suu Kyi e che sarebbe culminato nell’autunno dello stesso anno con le attese elezioni politiche e la sua vittoria. Quando, in occasione del Concistoro, in un bell’incontro al Senato abbiamo ricevuto il cardinal Bo ci aveva detto: “siamo stati crocifissi per 60 anni”.

La comunità cattolica è piccolissima, non arriva al 2% della popolazione, ma ha una presenza significativa fra le minoranze etniche. Ha subìto un pesante martirio sotto il regime socialista del generale Ne Win che nel 1966 espulse tutti i missionari stranieri entrati nel Paese il 4 gennaio del 1948, il giorno dell’indipendenza dagli inglesi.

La Costituzione, promulgata nel 2008 dai militari, stabiliva il “diritto di professare e praticare le religione nel rispetto dell’ordine pubblico, della moralità, della salute e delle altre disposizioni della Carta”. Ma questa disposizione è stata smentita nel corso degli anni quando il partito, oggi all’opposizione, ha approvato quattro leggi presentate dal famoso gruppo buddista Ma Ba Tha, (Comitato per la protezione della nazionalità e della religione), un pacchetto di leggi a difesa della razza e della religione, regolando poligamia e conversioni, tutte volte a colpire la minoranza musulmana, di etnia Rohingya.

Aung San Suu Kyi ha moltiplicato gli sforzi per isolare le posizioni più estreme del Ma Ba Tha, con uno spirito di pacificazione graduale incontrando tutti i leader religiosi, promuovendo una nuova legge per l’“armonia religiosa”.

Il cardinal Bo appoggia incondizionatamente questa strategia e nell’incontro che abbiamo avuto nella sua residenza a Yangon ha parlato con entusiasmo della svolta democratica avviatasi con le elezioni del novembre scorso. E ci è sembrato condividere particolarmente la cautela e il gradualismo nell’attuazione delle riforme strutturali necessarie per modernizzare il Myanmar, partendo dalla pace e dalla riconciliazione nazionale: “distruggere è molto semplice, ha commentato, per ricostruire ci vuole più tempo”. Il Cardinale ha spiegato che Aung San Suu Kyi e la Lega Nazionale per la Democrazia (National League for Democracy – NLD) stanno facendo del loro meglio, ma i militari esercitano ancora una grande influenza e bisogna tenerne conto.

Il Cardinale ha convenuto sull’importanza di proseguire lungo il cammino del dialogo interreligioso, accogliendo con favore la decisione – non scontata – delle autorità birmane di stigmatizzare il comportamento violento del gruppo nazionalista buddista Ma Ba Tha e rammentando che i cittadini birmani di confessione cristiana (cattolici, anglicani, metodisti, battisti...) rappresentano il secondo gruppo religioso del Paese, pari al 6,3% della popolazione.

Le pagine che Cecilia Brighi dedica alle religioni come “ostaggio degli interessi politici nazionalisti” nazionali ricostruiscono molto bene questo clima, e le vicende delle violenze scoppiate a partire dall’uccisione di una donna Rakhine, di cui furono incolpati i musulmani di origine Rohingya. L’autrice inoltre individua bene il ruolo fondamentale svolto dal cardinale cattolico nei buoni risultati ottenuti attraverso un efficace dialogo interreligioso.

Un altro tema che cresce di interesse è l’avvio di un proficuo scambio culturale: è l’Italia il referente dell’Unesco per i restauri dei circa trecento templi distrutti dal terremoto che ha colpito il sito straordinario di Bagan, proprio lo stesso giorno il cui il sisma ha colpito il Centro-Italia. Espressioni di solidarietà per i terremoti verificatisi nei due Paesi sono state espresse anche da Win Myint, presidente della Camera Bassa (Pyithu Hluttaw - House of Representatives) e da Mahn Win Khaing Than, presidente della Amyotha Hluttaw (Camera Alta - House of Nationalities).

Pace, riconciliazione nazionale e affermazione dei diritti umani come elementi fondamentali per il futuro del Myanmar. E adeguare il sistema legislativo del Myanmar alla mutata situazione (adeguamento delle leggi al rispetto dei diritti umani e degli obblighi internazionali) e l’architettura istituzionale birmana, che prevede (limitate) forme di autogoverno anche a livello statale e regionale, questo ci hanno detto i colleghi birmani.

Decisamente meno entusiasmo abbiamo registrato negli incontri con esponenti significativi della società civile del Myanmar: Khin Zaw Win, in carcere per circa 10 anni per i suoi “scritti sovversivi”, per il suo attivismo in difesa dei diritti umani e le sue critiche al regime; Ko Ko Gyi, in prigione per 17 anni, uno dei leader più importanti del movimento studentesco che portò ai tumulti della mitica manifestazione dell’8.08.1988, una data scelta per seguire le influenze astrali, conclusasi con una carneficina e la discesa in campo della Lady. Attivista politico di spicco della “Generazione 88”, è stato però clamorosamente escluso dalle liste elettorali della NLD. E Kyaw Zwa Moe, un giornalista che ha trascorso 8 anni in prigione per avere diretto un giornale clandestino contro il governo militare.

Esponenti di spicco, coerenti e motivati, avrebbero potuto essere coinvolti nel nuovo corso e invece ne sono stati esclusi perché il reclutamento della nuova classe dirigente risponde a criteri di accentramento e di fedeltà a Aung San Suu Kyi. Questi rappresentanti temono la concentrazione di ogni potere decisionale nelle sue mani e le rimproverano un’eccessiva personalizzazione. La NLD ha ottenuto quasi l’80% dei voti, anche in segno di protesta radicale contro il regime militare. Resta ora da capire come si struttureranno i partiti politici in futuro e cosa accadrà in occasione delle prossime elezioni politiche, nel 2020.

Pur riconoscendo lo straordinario successo ottenuto dalla NLD, molti criticano la lentezza nella risoluzione dei problemi cruciali: i conflitti interetnici, l’attuazione di riforme economiche che permettano di abbandonare il sistema di capitalismo clientelare e corrotto ereditato dalla giunta militare, la trasformazione in senso veramente federale dell’Unione del Myanmar, l’affermazione di un sistema multipartitico caratterizzato da una vera dialettica tra maggioranza e opposizione. Tali esponenti lamentano inoltre il fatto che Aung San Suu Kyi abbia messo in secondo piano la modifica della Costituzione, che prevede ancora amplissimi poteri ai militari (25% dei seggi in Parlamento e titolarità dei dicasteri di Interno, Difesa e Frontiere) e che impedisce formalmente a lei stessa di essere eletta Presidente della Repubblica, per la nota clausola che vieta l’eleg­gibilità a chi abbia parenti non birmani. Grazie alla sua schiacciante maggioranza in Parlamento e alla nomina a Consigliere di Stato (carica creata ad hoc, equiparabile al nostro Presidente del Consiglio), Aung San Suu Kyi disporrebbe infatti già adesso di tutti gli strumenti necessari per affrontare i problemi prioritari per il Paese. Ma lei ha deciso di andare piano per allargare il più possibile il consenso al nuovo corso.

A proposito di queste elevate, perfino messianiche, aspettative riposte nella sua azione riformatrice Aung San Suu Kyi ci ha risposto: “6 mesi non sono nulla rispetto a più di 50 anni [di dittatura militare]. Ma il popolo ha aspettato questi 6 mesi da più di 50 anni”.

La lettura di questo interessante libro di Cecilia Brighi fornisce gli strumenti essenziali per cogliere tali questioni, cruciali per la complessa e difficile transizione che sta vivendo la Birmania. A questo fine sono utili gli affondi storici che costituiscono le necessarie premesse ai dati più recenti esposti nella parte finale del volume.

Dal lavoro della Brighi si coglie il difficile equilibrio dell’attuale Governo nel contenere il potere dei militari, che come dice bene l’autrice resta pur sempre forte.

Tra i tanti meriti di questo libro è molto apprezzabile, infine, la parte sui diritti umani là dove sono declinati i diritti del lavoro e la libertà di associazione. In particolare quello che l’autrice definisce “il caso emblematico del lavoro forzato, spina della dittatura”.

Tematiche che noi non dovremmo solo sentire genericamente vicine ma per le quali abbiamo il dovere di operare attraverso gli strumenti della cooperazione e dello scambio.

 

 

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