Esteri

Intervento al Senato sul Consiglio europeo

17 dicembre 2015

 

Riporto di seguito il testo integrale del mio intervento di ieri, in Aula al Senato, a margine delle comunicazioni del Presidente del Consiglio dei ministri in vista del Consiglio europeo del 17 e 18 dicembre 2015.

 

Presidente Renzi, lei ha ricordato che questo Consiglio europeo è il primo dopo le vicende di Parigi e dopo un anno incredibile, che non è degno di queste sceneggiate. Un anno incredibile, non solo per «Charlie Hebdo» ma anche per le vicende greche, la crisi ucraina, il flusso dei rifugiati. Una straordinarietà che interpella lo spirito e anche la lettera del Trattato, perché il Consiglio europeo non deve essere il luogo di scelte tecniche solo amministrative, ma, come dice letteralmente il Trattato, un luogo dove si definiscono gli orientamenti e le priorità politiche generali dell'Unione. Questo dice il Trattato. Farà bene dunque lei, signor Presidente, quando ricorderà ai colleghi europei la necessità di volare alto, come ci ha detto, per capire quali siano oggi le novità assolute che si pongono su quei tre livelli di cui si è parlato, quelli della sicurezza, della diplomazia e dell'impegno militare.

Parlo di straordinarietà perché siamo di fronte ad un terrorismo - come abbiamo sentito ripetere tante volte in questi mesi - del tutto nuovo, un terrorismo che si fa Stato, che si fa esercito e perché siamo di fronte ad una migrazione - e anche questa l'abbiamo sentita, vista, sofferta, con facce precise, con bambini che ci ricordiamo - di proporzioni bibliche per quantità ed anche per natura, perché le persone che scappano da lì non sono solo in cerca di lavoro, ma anche in cerca di vita. Scappano dalla morte: sono persone come noi, persone che avevano un lavoro, che avevano un'identità sociale, una vita normale. Questa è la verità: non sono qui in vacanza.

Di fronte a un fenomeno epocale - non amo la parola «epocale» perché da storica so quanto è abusata, ma definisce la portata e la natura di questo fenomeno - non bastano le regole di Dublino, che sono state costruite per un mondo che non c'è più. Noi dovremo, certo, rispondere alle nostre infrazioni; dovremo accelerare i processi, ma non solo con quella logica miope e restrittiva.

Si è anche detto che il terrorismo non è una conseguenza della migrazione, questo lo dice solo la Lega in una affermazione sempre idiota.

Il terrorismo nasce nelle periferie, che sono un luogo concreto e molto simbolico. Noi parliamo delle periferie, giustamente, per le nostre realtà urbane, le banlieu, luogo di degrado e disperazione, ma dobbiamo intenderle come periferie del mondo, tutti i luoghi in cui questa disastrosa socialità si concretizza.

Lo ha ben capito Bergoglio quando, con una lungimiranza storico-politica e non solo misericordiosa, è andato ad aprire il Giubileo nel cuore dell'Africa nera, quell'Africa che è la nostra coscienza, la nostra cattiva coscienza; un'Africa che per l'Italia deve essere sempre di più il centro della nostra cooperazione, della nostra preoccupazione, dei nostri investimenti e delle nostre ricerche energetiche.

Alla vigilia di Natale, l'Italia, nel solco della sua tradizione europeista si aspetta da Bruxelles, dai leader europei, una visione, una capacità alta, cioè all'altezza di queste grandi questioni. In tal senso va intesa l'iniziativa che vedrà riuniti i Ministri degli esteri dei sei Paesi fondatori, che a gennaio si ritroveranno a Roma per rilanciare il progetto europeo con questa profondità.

A me sta molto a cuore questo problema: lei ha detto molto bene e non solo qui, signor Presidente, ma in molte sedi anche recentemente dopo gli attentati di Parigi (ho presente l'intervento che ha svolto al convegno organizzato sui Paesi mediterranei o anche, il giorno dopo, all'Accademia dei Lincei), che la sfida è essenzialmente culturale, morale e identitaria. Anche questo sentiamo, ma dobbiamo riempirlo di contenuti. È vero: i terroristi hanno attaccato le scuole, i teatri, i nostri musei, i nostri monumenti, la nostra identità, tutte le nostre religioni: non solo le chiese, ma anche le sinagoghe e le moschee. Oggi molti si chiedono se siamo davvero di fronte a uno scontro religioso o se invece questo non mascheri pretestuosamente una mancata integrazione sociale. Lei ha parlato della ragione sociologica, dicendo che non c'è solo una causa sociologica; certo, è più culturale e religiosa, ma oggi purtroppo le due cose si intrecciano in un modo inestricabile.

Questa è la vera novità del fenomeno, diverso da ciò di cui discutevamo negli anni Novanta, quando, sulle tesi di Huntington, si parlava di scontro delle civiltà in un modo un po' ideologico, dai teoconservatori americani. Questa volta i due piani sono reali e ci sono entrambi; c'è anche quello religioso e culturale, che richiede lo sforzo di cui abbiamo detto e non solo più cultura, ma anche più dialogo interreligioso, insieme a una integrazione sociale e alla difesa. Ne abbiamo bisogno nei nostri Paesi e nel cuore diverse socialità dei nostri ragazzi, come sono i concerti, che ad esempio a Roma vanno molto nelle periferie perché noi abbiamo questa moda ben diversa da Parigi, dove sono ghettizzati, nelle nostre scuole, nelle piazze, nei luoghi che conosciamo.

Tuttavia, anche in quel caso non dobbiamo fare qualcosa di retorico; dobbiamo parlare di un multiculturalismo maturo nelle scuole, che ovviamente non sia subalterno al politically correct, ma neanche arrogante. Per questo è importante formare gli insegnanti, non solo in un modo ideologico sul cibo diverso e sulle varie religioni, ma proprio con un respiro interculturale ed interreligioso, e investire nei luoghi di aggregazione. Ad esempio, domenica, in occasione dell'iniziativa «Mille banchetti in mille piazze» ho sentito parlare delle moschee nei garage e di quanto ciò irriti gli inquilini, che allo stesso tempo sono anche incuriositi da queste piccole moschee, che si trovano in un garage e che hanno questo muezzin, noiosissimo la sera, che intriga tanto. Cito una realtà piccola per dire, che non dobbiamo isolare i musulmani e non per un'ideologia buonista, ma per farli emergere, per dare loro visibilità, per dare un riconoscimento senza - e concludo su questo punto - annacquare pateticamente le nostre radici, i nostri simboli, i nostri presepi, di cui tanto si parla in questi tempi, perché solo chi ha un'identità forte è capace di un dialogo vero e non retorico e non solo dimostrativo come invece fa la Lega.

Questi giovani terroristi sono reclutati da predicatori rozzi che sfruttano il loro senso di esclusione, quindi è decisivo creare anche per l'intelligence un rapporto con gli imam, che noi chiamiamo moderati ma sarebbe meglio dire spirituali.

Vi è poi il tema di una nuova diplomazia. È stato detto benissimo che c'è stata una svolta, con una presenza sia a Vienna sulla Siria che, recentemente, alla conferenza sulla Libia a Roma. C'è stata una continuità con la tradizione migliore, non con quella più recente, ma con quella lungimirante che abbiamo espresso anche sulla Turchia con diversi Presidenti e che si ripresenta in un rafforzamento con gli alleati atlantici, ma insieme alla non esclusione della Russia. Lei dice bene, presidente Renzi: le missioni militari slegate da questa visione complessiva servono a poco. Serve una visione globale e unitaria, dove una difesa veramente europea - e dobbiamo qui riprendere il progetto dei padri fondatori che cadde negli anni '50 per un voto dell'Assemblea nazionale francese - è parte e strumento di una politica estera europea ispirata a quei valori che ritroviamo iscritti nell'articolo 11 della nostra Costituzione.

 Questo Consiglio Europeo deve essere l'occasione di aprire subito un confronto per un vero e complessivo superamento delle regole esistenti, puntando ad un approccio più ampio che miri alla costruzione di un vero diritto di asilo europeo. 

Concludo, caro Presidente, dicendo che l'appello alla cultura, che condivido in pieno, perché non resti estrinseco deve essere rafforzato da una dimostrazione vera del fatto che non siamo storditi da quello che lei ha chiamato nichilismo, dal relativismo, da una civiltà liquida. Dobbiamo dimostrare che noi non siamo così, che non siamo dei relativisti liquidi e che i nostri valori, ad esempio la tolleranza, quella vera, non sono un pensiero debole, ma possono essere potentissimi se uniti alla pietà e alla solidarietà, che non sono valori solo religiosi ma sono profondamente laici. Dobbiamo dimostrare che la libertà, di cui siamo orgogliosamente portatori, si radica nella responsabilità e non nel vuoto, che i diritti non esistono senza i doveri.

Ecco, noi siamo tutto questo. Questa è l'Europa, la sua storia, il suo spirito, il suo orgoglio.