Esteri

Erdogan rompa l'isolamento

03 novembre 2015

Oui a Istanbul, come ad Ankara nei giorni precedenti le elezioni, i pronostici degli osservatori, gli umori delle persone, le opinioni dei partiti erano simili a quelli fuori dalla Turchia. E cioè di un esito che avrebbe confermato lo stallo delle elezioni di cinque mesi fa.

Eppure la cosa che più si percepiva, non solo nella base popolare e conservatrice, era un'inconfessata e segreta speranza che ciò non avvenisse e che il partito di Erdogan, al di là dei condannabili e condannati caratteri autoritari, «vincesse da solo» in quanto baluardo di stabilità e moderazione, e potesse governare senza coalizioni. Che da molti ho sentito definire, in questi giorni addirittura «diaboliche». Un desiderio diffuso anche tra le élite e il ceto medio alto, che riporta al «Sultano» la sua base tradizionale, che ritorna a casa ai livelli del 2011, quando ottenne il 49,9% mentre oggi è al 49,3%. Dalla estrema destra, i «lupi grigi», arrivano due milioni di voti, mentre da quella che era stata la vera novità, il partito filo curdo di Dermidas, la speranza dei giovani e delle donne, arriva un altro milione e mezzo.

Il vero capolavoro del Partito democratico dei popoli (Hdp) non era stato tanto e solo di veicolare quelle spinte ai diritti civili, che persistono come braci accese qui come in Iran o in Egitto, ma quella meno scontata di riconvertire l'esplosiva questione della «minoranza» curda in questione nazionale, non più cioè minaccia o freno al nazionalismo turco ma suo indispensabile attributo. Insomma, Demirtas era riuscito a fare del Hdp non più solo un partito etnico ma un partito nazionale moderno e davvero riformista.

Negli incontri avuti in questi giorni con i leader del partito nelle riunioni Osce, si percepiva chiaramente l'imbarazzo a prendere le distanze necessarie dal Pkk, loro base naturale, e dal carisma di Ocalan per accreditarsi addirittura come alternativa ai Kemalisti imbolsiti nel loro richiamo stantio alla icona di Ataturk. Anche questo sembra non avere funzionato perché il Partito repubblicano (Chp) con il suo 25,4% ha tenuto. Certo, diventato inessenziale ora che Erdogan può governare da solo, questo partito non rappresenta

solo í socialdemocratici delle élite laiciste tradizionali ma anche tanti giovani che vogliono sì i diritti non meno della stabilità, e un ruolo internazionale del loro Paese che li rilanci in Europa. Nelle movide prelettorali ho visto tanti giovani con i distintivi del Chp; ne ho incontrato molti nei seggi elettorali che cercavano di scalfire l'immagine che il rinnovamento fosse solo quello di Dermitas.

 

Pubblicato su l'Unità

Nonostante ciò, il sentimento prevalente era la speranza che «Erdogan vincesse» anche in quelli che dichiaravano di non votarlo (ma che poi lo hanno fatto nel segreto dell'urna, mandando a pallino tutti i sondaggi), quegli stessi che sono stati davvero con il fiato sospeso fino all'ultimo voto nella preoccupazione che il «partito dei curdi» non superasse il quorum. Un fattore di instabilità pericolosa per tutti.

Davutoglu, infatti, il primo ministro dell'Akp, nel «discorso dal balcone» si è appellato a tutte le forze politiche perché la Costituzione (scritta nel 1982 dai golpisti militari) venga riformata con la maggiore condivisione possibile. Mentre la retorica precedente di Erdogan, a parità di seggi, paventava un presidenzialismo autocratico. Nuova via o ennesima rassicurazione?

E però la vera prova che ha di fronte Erdogan è quella di uscire dal suo isolamento internazionale. Da una parte stemperare la sua intransigenza verso il coinvolgimento di Assad nella lotta contro l'Isis. E dall'altra riscoprire le antiche convergenze geopolitiche con l'Egitto, abbandonando le simpatie verso i Fratelli mussúlmani e le spinte iper islamiste. Diventare, insomma, un credibile ed efficace alleato contro l'Isis per svolgere una funzione di pacificazione insostituibile nell'area, ed essere interlocutore privilegiato dell'Europa nello scacchiere geopolitico in movimento.

Infine, cosa fa l'Europa, rea di avere abbandonato la Turchia al suo destino? Noi europei potremmo utilizzare la nuova stagione dell'ultimo Erdogan, per essere più coraggiosi e meno scissi tra í valori proclamati (diritti civili e democrazia) e la necessità di un aiuto pratico, ora, sull'immigrazione. Non solo per i due milioni di profughi «ospitati» qui, ma anche per il flusso ininterrotto che passa dalla Turchia verso i Balcani e quindi in Europa