Esteri

Intervento in Aula sul del 2705 - Protezione internazionale e il contrasto dell'immigrazione illegale

23 marzo 2017

Di seguito il mio intervento di oggi in occasione della discussione del ddl 2705 recante: "Conversione in legge del decreto-legge 17 febbraio 2017, n. 13, recante disposizioni urgenti per l'accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, nonché per il contrasto dell'immigrazione illegale"

 

Signor Presidente, vorrei intervenire su due aspetti: il primo riguarda l'inquadramento generale, di tipo storico-politico, sull'immigrazione; l'altro riguarda, invece, alcuni aspetti specifici attinenti alle competenze della Commissione affari esteri di cui faccio parte.

Alcune considerazioni generali riguardano, secondo me, l'importanza che ha l'immigrazione nei due grandi fenomeni che caratterizzano la crisi della globalizzazione oggi e cioè l'incrocio, che può diventare perverso (come abbiamo visto accadere tante volte nella storia) tra un populismo genericamente inteso, che non è riferito al popolo, ma alla degenerazione delle paure che ha il popolo, che sono anche giuste e a cui vanno date delle risposte, quindi un populismo che nasce direttamente da un disagio sempre più profondo e pervasivo, dovuto alla crisi economica, ed un populismo di matrice nazionalista, protezionista, che oggi definiremmo sovranista-nazionalista.

Questi due populismi, nella storia, hanno avuto un impatto pericolosissimo: pensiamo all'esito disastroso della crisi di Weimar, che portò al nazismo, in cui questi due populismi trovarono una grandissima unità, nascendo da una parte di sinistra, spesso con un esito catastrofico, anche se aveva un'origine per così dire progressista, che cercava di venire incontro alle esigenze vere della crisi economica e, dall'altra, da un bisogno di sicurezza e di protezione dei confini che nasceva dalla paura dell'invasione dell'altro, che allora veniva individuato nell'ebreo, ma comunque dello straniero e del diverso. È quello che drammaticamente fu chiamato Blut und Boden (sangue e suolo), per questo l'intervento che mi ha preceduta mi trova decisamente concorde sulla necessità e l'urgenza di risolvere il problema dello ius soli, cioè del riconoscimento del diritto di chi nasce in un territorio e non solo di chi vi appartiene per ragioni di sangue, di tradizione e di radici. Blut è il sangue e Boden è la terra, il terreno. Si tratta di esigenze insite nell'animo umano, che storicamente ritornano, non solo negli ultimi due secoli, ma anche prima, e sono esigenze reali. Tutto sta nel vedere quali risposte riusciamo a dare.

L'emigrazione incrocia queste paure, sembra quasi il fenomeno che maggiormente può dare eco ed anche la risposta più perversa a questi che sono problemi reali, a questa doppia paura.

L'immigrazione nella nostra epoca è diventato - e sarà sempre di più, per tanto tempo - un fatto endemico, che riguarda il periodo e l'epoca, ma anche la geografia, perché è globale. Va sempre ricordato che non riguarda solo l'Italia e l'Europa, ma investe quantità enormi di popolazioni che emigrano, si spostano, che sono perseguitate e che invadono per ragioni economiche e di persecuzione politica. Di queste migrazioni storicamente il Mediterraneo è stato la culla ed il cuore, noi lo abbiamo studiato nelle scuole come un fenomeno di ponte, il Mediterraneo tanto amato da Braudel, come culla della civiltà, ma ci dimentichiamo spesso di ricordare che è stato anche un'occasione di invasioni pericolose, che non vanno negate, quindi non siamo i primi ad affrontarle.

Le paure che abbiamo ora sono però sproporzionate, lo diciamo sempre, se pensiamo ai numeri che certo sono significativi ed importanti, ma che si possono affrontare e che comunque non sono proporzionati alle paure che scatenano.

Il Mediterraneo, dunque, come luogo di ponte, ma anche di conflitti e di invasioni, un bacino di cui il nostro Paese è ponte e centro, è da sempre un mescolamento di tradizioni che ci riporta però al tema dell'identità: come in tutti i mescolamenti, effettivamente l'identità è a rischio. Lo vediamo dal calo demografico che nel nostro Paese è ancora più alto che negli altri Paesi europei, il che è tutto dire, e dal fatto che molti temono che questo venga compensato con i figli dell'immigrazione di prima e di seconda generazione.

Un'altra paura legata al tema dell'identità è quella della fatica, come abbiamo visto anche negli esperimenti più avanzati su questo terreno, dell'integrazione, come nel modello francese, dove le banlieue sono l'espressione molto concreta di un disagio sociale pesantissimo, che certo non è l'unico elemento, né quello veramente scatenante nel profondo, pur avendo sicuramente contribuito a veicolare il terrorismo nelle sue prime uscite devastanti in Francia.

Quindi vi sono ragioni economiche e di mancata integrazione sociale, ma, come abbiamo sempre detto, vi è anche la mancanza di una cultura in grado di produrre quest'integrazione. Come parlamentari del Mediterraneo e come OSCE, abbiamo svolto molto lavoro su questo punto, per verificare come la dimensione del dialogo interreligioso e interculturale possa essere veramente di aiuto per un'integrazione che non sia solo economica, che però è certamente la base. Insomma, si tratta di tutto quanto concorre a evitare quello che viene malamente definito - ma che pure è vero - come uno «scontro di civiltà». Abbiamo cercato di conoscere, come OSCE e come Assemblea parlamentare del Mediterraneo, anche gli imammoderati e non radicali, che contribuiscono alla formazione dei nostri cittadini musulmani.

Insomma, a cosa porta tutto questo? Al bisogno di un nuovo multiculturalismo, di fronte alla crisi della globalizzazione: quello vecchio, che abbiamo conosciuto fino agli anni '80, si è trasformato ed è completamento cambiato; quello che non funziona più sono i due estremi, ossia, da una parte, gli aspetti che definiamo politicamente corretti, quelli più facili e astratti, per cui va tutto bene e siamo tutti uguali, nella stessa dimensione culturale, religiosa e morale, e, dall'altra, quelli che, con un impianto decisamente razzista, vedono nell'altro un nemico assoluto. Questi due estremi non funzionano più, se mai l'hanno fatto, e rischiano di riprodursi nelle forme più caricaturali e violente.

Ora, per concludere, entrando nella seconda parte del discorso, nella direzione delle risposte che, come Commissione affari esteri, consideriamo molto soddisfacenti da parte di questo provvedimento, vorrei ricordare due aspetti. Per quanto riguarda la competenza della dimensione estera, abbiamo visto soprattutto una conformità con le disposizioni del diritto internazionale in materia di protezione dei richiedenti asilo e delle altre norme a tutela dei diritti umani, a partire soprattutto da quelle contenute nella Convenzione delle Nazioni Unite relativa allo statuto dei rifugiati del 1951. Sembrano essere complessivamente conformi al diritto internazionale, in materia di diritti umani, anche le norme relative alla libertà, alla sicurezza e ad un equo processo, come abbiamo sentito anche negli interventi precedenti, che corrispondono, fra gli altri, agli articoli 5 e 6 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, e quelle relative al diritto a un ricorso effettivo a un giudice imparziale, di cui, fra l'altro, all'articolo 47 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea. In questo senso, sarebbe auspicabile che i giudici assegnati alle sezioni specializzate dei tribunali fossero sottoposti a procedure di formazione e aggiornamento sulle condizioni geopolitiche dei Paesi di provenienza dei richiedenti asilo e sulle altre misure di protezione umanitaria da parte dell'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati e dell'Organizzazione internazionale per le migrazioni.

Vorrei segnalare inoltre che di recente la Commissione diritti umani qui al Senato e altre numerose organizzazioni non governative, come emerge anche dalle sedute della Commissione parlamentare d'inchiesta sul sistema di accoglienza, d'identificazione ed espulsione, istituita presso la Camera dei deputati, auspicano la messa a punto di una cornice giuridico-normativa di rango primario, per lo svolgimento delle procedure previste nell'ambito dell'approccio dei cosiddetti hotspot, centri preposti alle operazioni d'identificazione e rilevamento delle impronte digitali. Si tratta infatti di assicurare l'assoluta rispondenza di tali strutture, quanto ai tempi di trattenimento dei cittadini stranieri al loro interno, ai nostri principi di civiltà giuridica, e su questo c'è una precisazione che ci convince.

Infine, sempre con riferimento alla competenza della nostra Commissione, relativamente ai singoli articoli del dispositivo, evidenziamo quello che, nell'ambito delle misure di specificazione, stabilisce un aspetto che può sembrare secondario, ma che nell'ambito della diplomazia internazionale è invece molto rilevante, ossia l'incremento di dieci unità del contingente di personale locale delle sedi diplomatiche e consolari nel Continente africano per le necessità di potenziamento della rete, in stretta connessione con l'emergenza in atto in materia d'immigrazione. Si tratta di una disposizione che viene incontro, sia pure parzialmente, a quella esigenza di maggiore attenzione verso l'Africa e le dinamiche migratorie che la nostra Commissione affari esteri ha più volte sollecitato.

Con questo vorrei concludere proprio sull'Africa, che non è secondaria in questo provvedimento, non solo perché è vicina ed è un ponte, ma perché rappresenta davvero, simbolicamente e anche concretamente, il problema: il problema per noi Europa e il problema che vede precipitare tutte le considerazioni che facevo all'inizio del mio ragionamento. Un'Africa che vede raddoppiare di un miliardo di crescita demografica a fronte del nostro continuo décalage.

Quindi, io trovo che anche su questo, come politica internazionale e come politica di cooperazione, l'integrazione tra il tema della sicurezza e dell'immigrazione ed un attenzione azione politica e geopolitica all'Africa sia strategica per tutti e sia un filo conduttore degli interventi politici. E aver scelto la Libia come interlocutore su questo nuovo corso di immigrazione è, a mio avviso, uno dei tanti meriti da valorizzare.