Cultura

Non più in nome delle religioni

02 agosto 2016

“Break the cross", così titola il magazine dell'Isis: un combattente abbatte un crocifisso per sostituirlo con la bandiera nera del Califfato. Segue l'appello ai lupi solitari perché colpiscano i crociati, con sempre più ferocia.

La brutale chiarezza del messaggio segue di qualche ora la mansueta chiarezza di Papa Bergoglio: «Non mi piace parlare di violenza islamica, non è giusto identificare l'Islam con la violenza... Tutte le religioni hanno un nucleo fondamentalista ... Anche i cattolici possono essere violenti...». 

C’è una irragionevole pervicacia a non volere lo scontro da parte cristiana, un imbelle e ingenuo porgere l'altra guancia? E l'invito a buttare giù le croci segue anche il giorno che ha visto perla prima volta la comunità islamica, in quanto tale, nella sua ufficialità, partecipare alla messa cattolica, che celebra il sacrificio della croce. Una reazione? Il segnale che nulla può spaventare di più i registi del terrore che un fronte unitario per la pacificazione, paventato come una Sottomissione all'incontrario? Dell'islamico al cristiano?

Non tutte le comunità islamiche hanno partecipato domenica alla messa con i cattolici, non tutti erano d'accordo. Per estraneità, diffidenza, ostilità. Per ignoranza o per raffinatezza di analisi («L'estremismo integralista è l'altra faccia dell'estremismo, assimilazionista»).

Eppure, quello a cui abbiamo assistito nelle chiese italiane domenica non è stato solo un evento simbolico e di immagine. È stato un fatto molto, molto importante. Per tante ragioni. Sicuramente rappresenta una accelerazione di quello "spirito di Assisi", come lo definì Wojtyla ne11986, per esprimere il comune sentire di tutte le religioni alla pace e alla fratellanza. Inseguito, tanti furono i distinguo e molte le cautele per quello che sembrava una scorciatoia del dialogo interreligioso. Secondo i conservatori non si doveva pregare insieme nello stesso luogo di culto ma in una simultaneità solo di tempo e non di spazio: ognuno avrebbe pregato il suo Dio, nello stesso momento ma ciascuno nel proprio spazio sacro. Sarebbe davvero un sogno vedere finalmente aperte a tutti le chiese, le sinagoghe e le moschee, perché tutti vi possano entrare, pregare e incontrarsi.

Domenica la forza del martirio, ha "superato" le preoccupazioni dottrinali e le cautele liturgiche, come se l'urgenza della fraternità di fronte alle persecuzioni abbia avuto la meglio. Sì, perché abbiamo anche assistito a una sorta di fratellanza nella persecuzione: il macabro conteggio dei morti vede i musulmani al primo posto, lo scontro tra sunniti e sciiti è la vera guerra in corso, in seguito, e di conseguenza, approdata sulle nostre terre. Eppure anche il dialogo con l'islam spirituale non sarà semplice, non solo per le diffidenze ma anche per le vere differenze. E poi perché se sono certamente significative le presenze in chiesa degli Imam più importanti, o le dichiarazioni di istituti internazionali come la prestigiosa Università del Cairo, Al Azhar, citata dal Papa, ciò che deciderà davvero le sorti di questo avvio di incontro saranno gli Imam dei piccoli centri, sarà la miriade di micro-moschee che si aprono e si chiudono con le saracinesche dei garage. Saranno i messaggi morali e religiosi che arrivano ai minori immigrati che superano nel numero quello degli adulti, saranno i nostri ragazzi sbandati che certo hanno bisogno di cultura ma nel senso profondo di formazione ed educazione più che di grandi eventi, insomma sarà nei gangli profondi delle nostre società che si giocherà la partita dello scontro o dell'incontro.

Nello sconcerto generale e a dispetto dei teocon della prima e dell'ultima ora, il Papa ha ribadito che non si tratta di una guerra di religione. E lo ha fatto andando e venendo dalla Polonia, un paese che è alla testa del populismo dell'est, quello più duro e contrario all'accoglienza dei migranti, nonostante e spesso addirittura in nome di un nazionalismo cattolico, che non aspetta altro che di essere aizzato allo scontro in nome della religione. E sempre da quel paese al centro dell'Europa, vittima delle guerre mondiali, Bergoglio landa là vera) e unica speranza che abbiamo, quella che siano i giovani a diventare i protagonisti di un impegno storico, politico e sociale per la fraternità vera. Fatta nella storia, dentro le sue contraddizioni, con le armi della politica e dell'economia ma mossi dal cuore, da quella passione intima e profonda che sola può muovere le montagne.

E che può sconfiggere anche il nostro, di nichilismo, quello nel quale si abbeverano i lupi solitari nati e malvissuti nelle nostre società.

Perché chi non crede in niente è più predisposto a credere tutto.